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Cinquestelle tentati dalla “Cosa rossa” di Grasso: “Pronti a un’intesa dopo il voto”

Guardiamo con attenzione a Pietro Grasso. Se i sondaggi si dimostreranno più generosi con lui, si potrebbe aprire un bel ragionamento». È domenica sera. Gli smartphone di molti 5 Stelle si illuminano di messaggi WhatsApp. Luigi Di Maio è in contatto continuo con diversi parlamentari e altri fedelissimi. Grasso potrebbe essere l’uomo che il candidato premier del M5S stava aspettando.

La premessa alle reazioni grilline all’incoronazione dell’ex pm antimafia leader della sinistra anti-Pd è una questione di numeri. Il M5S cerca un partner che abbia in dote un numero a due cifre alle elezioni. «Se Grasso lo raggiunge è possibile un’intesa». Nel vocabolario dei 5 Stelle il termine alleanze non deve esistere. Preferiscono parlare di «convergenze programmatiche». Ma per arrivarci bisogna realizzare un capolavoro non politico ma di aritmetica. I 5 Stelle sono diventati grandi appassionati di sondaggi. A oggi le proiezioni dicono 170 deputati. Loro credono di poter arrivare a 200. Calcolano che se andasse molto bene potrebbero arrivare al 35%. A quel punto la strada verso il Quirinale, per ottenere l’incarico, potrebbe essere spianata. Potrebbe. Serve appunto un altro consistente numero di seggi per la maggioranza. C’è un presupposto, però, che deve realizzarsi. E se lo stanno ripetendo ogni giorno: «Il Pd e Forza Italia insieme non devono raggiungere il 50%».

 

Ma – si chiederanno in tanti – nel M5S non stavano guardando a un’alleanza anti-establishment con Matteo Salvini? È così. Serve entrare nei meccanismi del pensiero politico grillino per capire le loro ambizioni. Il Movimento si sta strutturando come partito omnibus e il ventaglio di proposte sviluppate va da quelle che si sposano con i canoni della destra ad altre più di sinistra. In tal senso il viaggio in Usa di Di Maio è stato uno spartiacque. Fonti americane confermano che molto di quanto sostenuto dal grillino a Washington non è piaciuto, soprattutto sulla politica estera. Una frase, però, li ha soddisfatti. Quando Di Maio ha detto che si prenderà «la responsabilità di non lasciare il Paese nel caos». Una garanzia di stabilità che Di Maio vuole ribadire agli Usa.

 

C’è un metodo infatti nell’evoluzione delle sue dichiarazioni. La proposta fiscale ispirata a Donald Trump serve a persuadere il mondo produttivo del Nord, a corteggiare la piccola e media impresa. È uno sguardo a destra, per soffiare voti a Lega e Forza Italia. Poi però Di Maio ha parlato di sostegno alle famiglie, sul modello di welfare di Emmanuel Macron che non dispiace ai centristi. Infine, e qui vanno cercate le tracce di uno spostamento verso sinistra, ha ripreso a insistere su articolo 18, smantellamento di Jobs Act e Buona Scuola. Sono punti su cui la convergenza con Grasso sarebbe facile. Anche il tempismo del convegno di ieri sulle Ong non è un caso. La strategia che stanno delineando segue uno schema e si ispira a quanto avvenne 5 anni fa, a parti invertite. «Quando Bersani ci convocò per sondare le nostre intenzioni. Disse che non voleva fare alleanze ma c’era la possibilità di convergere su alcune proposte. La differenza è che ora siamo noi al centro». La parola è calzante: il M5S sta al centro, pronto a spostarsi a destra se la Lega si slegherà da Berlusconi. O ancora più facilmente a sinistra se Grasso avrà un exploit e, dicono, «svuoterà il Pd di Renzi». Si dirà: puro cinismo. Ma loro preferiscono definirla «malleabilità», o «realismo post-ideologico». Certo, la nuova fisiognomica del M5S molto deve alla spruzzata di moderatismo che ha dato Di Maio. E che permette al M5S di avere più libertà di movimento. Reddito di cittadinanza, lavoro, abolizione dei privilegi ai parlamentari, temi della giustizia: sono i nodi che potrebbero sciogliere attorno al tavolo con Grasso. «Ma senza scambi di poltrone e a condizione che il governo sia a guida Di Maio». In cambio, il M5S garantirà un esecutivo «con gente di alto profilo», si parla di «dirigenti pubblici» come ministri a cui «nessuno direbbe di no».

 

Ai parlamentari è piaciuta la fotografia del teatro che acclamava Grasso, con il palco lasciato libero dai leader storici. Anche perché Beppe Grillo su questo ha frenato un po’ gli entusiasmi: «Va bene tutto ma non voglio che parliamo con mostri da prima Repubblica come D’Alema». Sono diversi i senatori che vedono bene un matrimonio d’interesse con Grasso. Vito Crimi, ma anche Paola Taverna, non proprio una signora che diresti rossa di cuore, o Maurizio Buccarella. Con Grasso, un magistrato stimato per la lotta alla mafia, ci sono stati scontri in aula, a volte feroci e irridenti, come all’approvazione del Rosatellum. Ma in questi anni più volte i grillini si sono confrontati con lui, gli hanno esposto le loro frustrazioni per la «violazione del Parlamento» e «l’abuso dei decreti leggi», e dietro la terzietà istituzionale, mantenuta fino all’ultimo, hanno intravisto che il presidente del Senato su molte cose la pensava come loro: riforme costituzionali, leggi elettorali, anticorruzione. I 5 Stelle farebbero leva su questo pacchetto per superare eventuali ostacoli a un’intesa. Lastampa. E se sull’immigrazione gli orizzonti sembrano distanti, c’è sempre il metodo Di Maio: rendersi malleabili, pronti ad aggiustare la rotta per non dire di aver cambiato idea.

 

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