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I terroristi fanno base in Italia e hanno colpito all’estero

Ma che ci facevano in Italia? Quanto erano pericolosi? E quanto rischia il nostro Paese? L’ennesima scoperta di averne uno “in casa” ripropone domande che da tre anni sono sempre le stesse.

Se gli investigatori francesi hanno ragione, Anis Hanachi, il tunisino 25 enne arrestato sabato mentre girava in bicicletta nel centro di Ferrara, ci deve preoccupare per almeno quattro motivi: è un foreign fighter che ha combattuto in Siria, è un indottrinatore, ha istigato il fratello Ahmed ad uccidere due donne alla stazione di Marsiglia. E, soprattutto, quando ha deciso di fuggire ha scelto l’Italia come luogo della sua latitanza che, per fortuna, è stata breve.

Li abbiamo contati. Sono almeno dodici i terroristi stranieri e i loro complici che hanno insanguinato l’Europa e che, si è capito poi, avevano un legame più o meno solido con l’Italia. Perché ci hanno vissuto per anni, quasi sempre ai margini della società, arrabattandosi tra lavori precari, spaccio e piccoli furti: è il caso di Ahmed Hanachi, per otto anni ad Aprilia; del tunisino Anis Amri, che dopo il carcere in Sicilia si è appoggiato una decina di giorni nell’Agro Pontino prima di ricomparire a bordo del camion che ha ucciso 12 turisti al mercato di Natale di Berlino; di Youssef Zaghba, l’italo marocchino che a Bologna andava a trovare sua madre e in Marocco veniva costretto da suo padre a seguire la fede islamica Tabligh, finito poi con un coltello da cucina in mano a menare fendenti ai passanti nel Borough Market di Londra. Oppure perché sul territorio italiano quei jihadisti ci sono stati, ma di passaggio: il belga Salah Abdeslam, l’ultimo uomo del commando stragista del Bataclan, nel 2015 attraversa la penisola; lo stesso fa il terrorista di Bruxelles Khalid El Bakroui. Anche l’algerino Khaled Babouri, che a Charleroi ferisce due poliziotte belghe, ha dei trascorsi in Sardegna.

L’Italia è il primo approdo nel Mediterraneo per chiunque guardi l’Europa dal continente africano. Non deve stupire, dunque, il cospicuo numero dei brevi passaggi sul territorio italiano nel passato di chi, prima migrante poi terrorista, ha colpito in Francia, Gran Bretagna, Germania e Belgio. Quelli “stabili”, però, che hanno fatto in Italia? Gli Hanachi, Anis Amri o quel Noureddine Couchane che a Novara guidava i camion di un’impresa edile e poi in Libia si è trasformato nella mente della strage del museo del Bardo? «Ogni storia è un caso a parte», ragiona Lamberto Giannini, direttore dell’Ucigos della Polizia. «Le indagini dell’Antiterrorismo dimostrano che la radicalizzazione di questi soggetti non è avvenuta in Italia, né attorno ad essi sono sorte cellule salafite. È come avere dei componenti chimici: presi a sé rimangono neutri, ma se si miscelano con altri elementi possono diventare esplosivi». Inneschi che — è il corollario al ragionamento di Giannini — finora si sono realizzati in quartieri incubatori di grandi capitali europee, come Molenbeek a Bruxelles o Barking a Londra, dove al degrado si aggiunge alla ghettizzazione e al disagio identitario delle seconde generazioni. Qualche focolaio, però, si sta pericolosamente auto-alimentando in alcune aree del Veneto e del Bresciano.
«I profili personali di questi terroristi con legami con l’Italia dimostrano che nessuno di essi era veramente integrato, e spesso hanno disturbi di natura psicologica », osserva Claudio Galzerano, capo divisione Antiterrorismo dell’Ucigos.

In Italia poi, se cerchi un kalashnikov o dell’esplosivo devi bussare alla porta della criminalità organizzata, e al momento sembra che tra le bande di immigrati e le mafie non si sia instaurata alcuna collaborazione. «Non abbiamo evidenze in tal senso, e questo è oggettivamente un limite per chi decide di compiere attentati nel nostro Paese», spiega Francesco Caporale, procuratore aggiunto di Roma che si occupa di Antiterrorismo. Nei paesi del Nord Europa invece questa collaborazione c’è, e infatti un report di Europol ha elencato 816 nomi collegati a fatti di terrorismo e gravitanti allo stesso tempo nel crimine organizzato. Non solo. Repubblica.Il 67 per cento di questi è diventato un foreign fighter ed è andato a combattere col Califfato.

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