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Intervista a Souad Sbai rilasciata all’Occidentale

rachidaCon Souad Sbai, parliamo di donne e islam.

Che cosa vuol dire in Italia morire perché apostata?

“Libertà, libertà”, se ne riempiono la bocca un po’ tutti. Ma non è vero che c’è tutta questa libertà, soprattutto religiosa, in Italia come in Occidente: si muore di apostasia anche da queste parti. E vivere da apostati, vuol dire vivere nascosti, nell’incubo di entrare in una chiesa, nell’angoscia di farsi vedere pregare. Vuol dire rischiare di morire ogni giorno. Quando sono venuta in Italia 36 anni fa non avrei mai pensato che in un Paese come questo, cattolico, occidentale, qualcuno potesse morire perché convertito dall’islam al cattolicesimo. E invece succede, è successo all”anima clandestina’ di Rachida.

Chi era Rachida?

Ho conosciuto l’anima di Rachida (Rachida. Un’apostata in Italia è l’ultimo libro di Souad Sbai) quando è venuta a mancare. L’ho conosciuta dalle parole di quanti le erano accanto. E mi hanno disegnato il profilo di una persona umile, gentile, dal sorriso grande e buono. Rachida era una giovane donna che si era messa a fare le pulizie in chiesa per poter godere della libertà di pregare.

Ma cosa le è successo?

Rachida, un 35enne, marocchina, residente a Levante di Brescello era una donna che è stata massacrata con un martello che le ha ridotto la testa a cinque centimetri, davanti alle sue figlie, di 3 e 5 anni. Massacrata dal marito perché qualcuno della comunità gli aveva riferito di averla vista in ginocchio a pregare. Se non fosse stato lui ad ucciderla, l’avrebbe fatto qualcun altro della comunità, uccidendo il marito per primo per non aver saputo educare la moglie.  Rachida ha subito una specie di fatwa perché pregava il Dio dei cattolici ed è stata abbandonata, come una reietta, per cinquanta giorni in un obitorio. Un corpo umiliato, che nessuno ha lavato, che nessuno ha coperto, ha accarezzato, direi anche che nessuno ha coccolato. Perché anche la morte ha bisogno di coccole e dignità.

Come è possibile che la comunità islamica del posto non abbia mosso un dito e l’abbia lasciata sola, nel freddo umido?

Perché sono complici. Qualcuno era contento, eccome se era contento!, della morte di Rachida, qualcun altro ha avuto paura di parlare. Perché probabilmente viveva la sua stessa condizione esistenziale. Nessuno ha avuto il coraggio di alzare la voce e dire “Sono anch’io Rachida”. E non mi riferisco solo agli islamici, ma anche agli italiani.

Perché dirsi islamici è considerato un valore aggiunto, e, invece, convertirsi al cattolicesimo dall’islam è un marchio pericolosissimo d’infamia anche in Europa?

I cattolici, o i sedicenti tali, non hanno saputo reagire al finto ideologismo, non hanno saputo difendere chi si avvicina al cattolicesimo. Si preferisce nascondersi dietro l’avamposto del martirio. Eppure prima andrebbe difesa la libertà di conversione, se poi il rischio di morte diventa reale, si pagano, va bene, tutte le conseguenze, ma oggi non ci si può lavare le mani su storie come quelle di Rachida. Faccio proprio appello alla Chiesa: non si può far finta che non sia mai esistita. La sua storia è una ferita aperta. Il suo martirio va riconosciuto. E se l’appellativo di “martire” è chiedere troppo, almeno chiamatela “serva di Dio”.

Segue: https://www.loccidentale.it/articoli/145896/donne-e-islam-rachida-e-le-altre

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