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Oltre l’Euro per tornare grandi

foto oltre euro

Mi è stato chiesto di scrivere una prefazione a “Oltre l’Euro per tornare grandi”: compito gradito, che mi onora, ed è anche semplice da assolvere. Basterà dire che chi crede seriamente nella democrazia ha un modo molto efficace per dimostrarlo: diffondere informazioni corrette, mettere il demos, cioè tutti noi, in condizione di conoscere per deliberare. “Oltre l’Euro per tornare grandi” fa esattamente questa operazione. La prefazione potrebbe finire qui, ma aggiungo qualche considerazione per evidenziare alcune cose che forse non tutti i lettori intravedono fra le poche righe appena lette. Intanto, mi preme sottolineare, nella mia veste di economista accademico, che ad oggi non risultano pervenute da parte dei miei colleghi confutazioni serie e argomentate delle informazioni contenute in questo libriccino, e un motivo c’è: le tesi qui esposte sono avvalorate da centinaia di lavori scientifici, il che costringe chi vuole controbattere a ricorrere agli argomenti ad hominem, agli attacchi personali. Perché uno dei paradossi del nostro meraviglioso e martoriato Paese è questo: che nel suo dibattito venga stigmatizzato come “eretico” (e, non dimentichiamolo: “populista”) chi sta divulgando i risultati di ricerche assolutamente ortodosse, svolte da docenti di Harvard, Cambridge, Oxford, e così via. La passione civile e la vocazione didattica di chi ha concepito l’opera si vedono proprio da questo: invece di ricorrere all’autorità di autori tanto prestigiosi quanto incomprensibili ai più, si è scelto di rendere accessibile la semplice logica economica di argomenti che nella letteratura specialistica sono spesso presentati in modo complesso per meri motivi di marketing accademico. Non sempre è così: l’articolo più importante nella teoria delle unioni monetarie è di un tale (Mundell) che ha preso il Nobel per un lavoro privo di formule. Ma gli epigoni, si sa, qualcosa devono pur fare per giustificare la propria esistenza: di solito scrivono formule. Il testo non è solo efficace nel presentare le basi economiche del ragionamento: fa anche strame degli argomenti propagandistici, mettendo a nudo la vacuità di certe formule (“le riforme”) e la slealtà con la quale i media prezzolati fanno leva su paure irrazionali (“la benzina”).Aggiungo che, con semplicità e umiltà, il testo propone temi di ricerca sui quali sarebbe ora che cominciassero a interpellarsi certi paludati economisti accademici, abbandonando per un attimo la loro occupazione favorita: farsi i complimenti a vicenda (per dirla come l’immortale Mr. Wolf di Pulp fiction). Fra questi temi vorrei evidenziare lo studio serio degli incentivi ad abbandonare l’Unione Europea da parte dei singoli Paesi membri. Nelle mie parole noterete una certa amarezza. Mi pesa constatare come la dignità della scienza economica venga vilipesa (non solo in Italia) da tanti colleghi accademici che danno numeri a casaccio per motivi venali o per mero conformismo, e debba essere difesa da un economista applicato come Claudio Borghi (per quanto dotato di una formidabile esperienza di mercati): questo è per me un fallimento professionale. Mi duole ammettere che questa operazione di verità, che nella sua essenza tutela gli interessi delle classi più deboli, quelle che l’Euro ha ulteriormente impoverito, venga portata avanti da un partito etichettato come “conservatore”: questo per me è un fallimento politico. Mi amareggia sottolineare che una simile operazione molti l’hanno aspettata invano da certe forze che a parole dicevano di voler combattere il progetto europeo. Li conoscerete dai loro frutti, è scritto, e la vita politica italiana ci sta offrendo tanti esempi di questa limpida verità. Verità: una parola profondamente e autenticamente politica, perché solo la verità può renderci liberi. Ribadisco il punto: questo è un testo di verità. Approfondendolo e diffondendolo contribuirete a rendere migliore, perché più libero, il mondo nel quale conviviamo. Sono grato a chi vorrà farlo, esortandolo a non scoraggiarsi per le inevitabili delusioni, come sono grato, e tutti dobbiamo essere grati, a chi ha concepito e realizzato questo progetto.

L’Euro è la causa principale della crisi? Perché?

Per tanti motivi, ma i principali sono che un’unica moneta per Stati diversi non può funzionare e crea disoccupazione. Senza il controllo sulla propria moneta, uno Stato in difficoltà non può tentare di contrastare le crisi. Senza il controllo sulla propria moneta, uno Stato non può avere nessuna autonomia e si riduce nella condizione di un Paese del Terzo Mondo, costretto a supplicare per ottenere il denaro di cui ha bisogno. La fine della democrazia e della libertà. Nessun popolo può dirsi padrone a casa propria se non ha il controllo della moneta e dei confini. Guarda caso, proprio ciò che l’Unione Europea, ha sottratto. Vediamo il perché con qualche esempio. Di solito, uno Stato con un’economia molto forte ha anche una moneta forte, perché tutti la vogliono per poter acquistare i prodotti di quel Paese. La forza della moneta fa “alzare i prezzi” dei prodotti di questo Stato che, quindi, diventano meno convenienti e tutto torna in equilibrio. Uno Stato con un’economia debole, invece, avrà anche una moneta debole perché i suoi prodotti sono meno richiesti. Se la moneta si svaluta è come se scendesse tutto il “listino prezzi” dei prodotti di quello Stato, che diventano così più convenienti e più richiesti, e si tende a ristabilire l’equilibrio anche in questo caso. Con l’Euro si ha uno strano caso in cui un Paese debole (come la Grecia) si ritrova la stessa moneta di un Paese forte (come la Germania): il “listino prezzi” della Grecia risulterà quindi troppo caro mentre quello dei prodotti tedeschi sarà troppo basso. Il risultato è che in Grecia si muore di fame mentre in Germania si registra il record di esportazioni. Un caso simile fu quello dell’Argentina che bloccò per molti anni il prezzo della propria moneta a quello del Dollaro, finendo nel 2001 al fallimento, con le conseguenze di quel disastro che (unite ad altri errori) si fanno sentire ancora oggi, pensiamoci: tutti i Paesi dell’Europa per i quali l’Euro rappresenta una valuta più forte del valore della propria moneta nazionale, sono nelle stesse condizioni: povertà e disoccupazione da record, indipendentemente dal colore dei governi, dal livello di tasse e spesa pubblica, o dal maggiore o minor livello del debito pubblico. Se tante persone entrano in un ristorante e tutte quelle che hanno ordinato una particolare pietanza finiscono all’ospedale è probabile che la colpa sia del cibo. Nel “Ristorante Europa da Merkel” stanno tutti male, tranne chi non ha ordinato la “pietanza Euro”, come il Regno Unito o i gestori del ristorante (Germania). Prendiamo come esempio i due altri Stati maggiori: l’Italia e la Francia. Fino ad ora si sono difese ma la moneta troppo forte rende ogni giorno meno convenienti i loro prodotti (il “listino prezzi” è troppo alto) e la disoccupazione è destinata irrimediabilmente a salire perché i loro cittadini compreranno sempre più prodotti esteri di quanto sarebbe giusto. E i prodotti esteri – sembra una banalità ma a volte non ci pensiamo -, sono fabbricati da aziende e operai esteri e quindi in questi Stati il lavoro scompare. Se scompare il lavoro scompaiono anche i soldi per importare i prodotti e pagare le pensioni, e si finisce alla fame. L’unico modo che questi Stati hanno per importare di meno è l’austerità, quindi comprimere i consumi con il bastone delle tasse e dei tagli, politica suicida che porta a fallimenti e disoccupazione. In pratica è come se gli Stati Europei, invece di “essere una squadra”, fossero messi su un ring di pugilato gli uni contro gli altri indipendentemente dal peso. Il “peso massimo”, cioè la Germania, vince, gli altri perdono. Sempre per rimanere in tema di sport, è come se si mettesse un pesante zaino uguale per tutti sulle spalle dei concorrenti di una corsa: chi è più grosso e forte sarà avvantaggiato, mentre chi è piccolo e agile sarà in grossa difficoltà così appesantito e non potrà mai vincere. Anche il controllo della moneta come “arma” contro le crisi è fondamentale. Uno Stato che può “stampare moneta” e che ha un’industria ben sviluppata e prodotti normalmente richiesti, se è in difficoltà, può spendere di più per sostenere la propria economia, senza preoccuparsi di dover trovare il denaro a prestito. Può anche comperare i propri titoli di debito evitando la salita dei tassi. Se quest’azione dovesse far scendere il tasso di cambio della moneta, tanto meglio, perché, come abbiamo visto, una moneta più conveniente significa una maggior richiesta per i prodotti di quel Paese che diventerebbero più appetibili, creando così posti di lavoro e un nuovo equilibrio. Uno Stato che non ha una moneta propria, come invece accade per chi ha scelto di avere l’Euro, se è in difficoltà si ritrova a fare i conti con il famigerato “spread”, vale a dire che nessuno vuol comprare i suoi titoli. Gli altri Paesi, quindi, per “salvarlo” e prestargli i soldi che non riesce a procurarsi da solo, cominciano ad imporgli inutili e dannose politiche di austerità. Gli Stati in crisi quindi si ritrovano sempre più tasse, sempre meno spese e con interessi sempre più alti da pagare: vanno ancora di più in difficoltà e la crisi peggiora. La divergenza dei risultati economici dei Paesi con o senza Euro, dopo gli shock è stata impressionante. Pensiamo al Regno Unito: quando nel 2008 ci fu la crisi delle banche, a seguito del fallimento della banca americana Lehman Brothers, era in forte difficoltà perché la sua principale industria è proprio quella finanziaria. Ebbene, il Regno Unito riuscì ad assorbire la crisi facendo comperare alla propria Banca Centrale i titoli di Stato necessari per finanziarsi, la Sterlina si svalutò fortemente senza far salire lo spread sui titoli, e la sua economia si è ripresa senza aver dovuto subire ordini e condizioni da alcuno. Gli Stati dell’Europa periferica, invece, sono ancora in ginocchio, e chi non lo è lo sarebbe se non avesse ricevuto enormi somme camuffate da “prestiti” via fondi salva-Stati.

Senza l’Euro diventeremmo tutti ricchi?

No,ovviamente per competere nei mercati internazionali occorre molto lavoro e ci vogliono molti miglioramenti perché in ogni Stato ci sono grandi inefficienze. Se bastasse avere una moneta propria per essere ricchi sarebbe troppo bello. Molte cose non semplici devono essere fatte, come ad esempio, rendere la giustizia più rapida, abbassare le tasse, aiutare le imprese perché producano meglio, ridurre la burocrazia, fare più ricerca e così via. Tuttavia, il peso di una moneta sbagliata è notevolmente superiore rispetto a questi altri fattori. Si tratta di quella che si dice una “condizione necessaria ma non sufficiente”. Non possiamo certo pensare di uscire dall’Euro e metterci a prendere il sole: bisognerà faticare ma senza una nostra moneta correttamente valutata, anche con la fatica, non otterremmo nulla.

Se eliminiamo l’Euro usciamo anche dall’Europa?

Posto che le nazioni geograficamente e storicamente europee saranno sempre in Europa con qualsiasi moneta, se si intende “Unione Europea” probabilmente no. Un mercato di centinaia di milioni di persone è troppo importante per tutti. Non dimentichiamo che sono tanti gli Stati che fanno parte dell’Unione Europea pur non avendo l’Euro, dal Regno Unito, alla Svezia, alla Polonia. Se, però, poi una nazione dovesse decidere di uscire anche dall’Unione Europea probabilmente non sarebbe una tragedia: il Regno Unito, a seguito del referendum sull’uscita dalla UE, non ha subito nessuna delle terribili conseguenze che venivano minacciate, anzi, tutti i dati economici (dalla spesa dei consumatori alla produzione industriale) hanno fatto registrare forti incrementi e la Borsa è rapidamente salita a valori massimi, al contrario degli altri mercati dei Paesi rimasti nell’UE. Il caso della Brexit è indicativo delle enormi bugie che la propaganda “europeista” diffonde: prima del referendum si era arrivati persino a dire che la vittoria dei favorevoli all’uscita dalla UE avrebbe causato “la fine della civiltà occidentale” (Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo): ebbene, a novembre, dopo alcuni mesi dal referendum e a seguito di una forte svalutazione della Sterlina, la disoccupazione in Gran Bretagna è scesa al 4,8% (minimo da 11 anni), le vendite al dettaglio sono in crescita del 7,4%, il PIL è in crescita del 2,4% e l’inflazione è ancora sotto l’1% annuo. Del resto, anche Paesi come la Svizzera o la Norvegia, pur senza avere l’Euro e non facendo parte dell’Unione Europea, non sono certo isolati dal mondo. Anzi, uscire dall’Unione Europea restituirebbe finalmente a tutti le “mani libere” per poter gestire in autonomia e libertà, sia ad esempio per le politiche sull’immigrazione, sia con le regole per rendere più facile la vita alle imprese, penalizzate da vincoli europei necessariamente non adatti alla particolarità di ogni singolo Stato. In buona sostanza, un accordo è auspicabile e sicuramente molte cose possono essere meglio gestite insieme dai Paesi europei, ma solo in caso di accordo unanime, senza che la libertà del singolo Stato debba essere compromessa. Quello che mette in pericolo le relazioni pacifiche fra gli Stati è la privazione della sovranità monetaria in presenza di bilanci statali separati. In pratica è la differenza fra abitare in villette separate e in un condominio: mentre nel primo caso la piena proprietà della propria casa consente di vivere tranquillamente con i vicini, nel secondo caso gli interessi contrapposti sono origine di continue liti e cause legali. Le relazioni tra gli Stati europei, una volta eliminato il sopruso di Bruxelles e Francoforte, potranno solo migliorare, su una base di uguaglianza, dignità e libertà.

Riprenderemmo la vecchia moneta? Avrà ancora lo stesso valore del 2001?

No,in teoria potremmo chiamare la nuova moneta come preferiamo perché tanto sarà una cosa diversa dalla vecchia, ma nulla ci impedirebbe di mantenerne il nome. Quanto al valore, la cosa più comoda sarebbe convertirla 1 a 1 con l’Euro, perché così non ci sarebbero problemi per fare i conti, come invece ci furono quando si passò all’Euro e vennero decisi quei rapporti confusi per la nuova moneta. Attenzione, la conversione non indica il “cambio” e può essere decisa come preferiamo: 1 a 1 è semplice, ma se si volesse si potrebbe fare anche 10 a 1, 5.000 a 1 o 1.234 a 1. Poi, dopo la conversione, il valore della nuova moneta nei confronti delle altre lo deciderà il mercato, ma per noi, a quel punto, il cambio non sarà invasivo per la vita di tutti i giorni, come oggi non lo è più di tanto per un normale cittadino il sapere quanto valga l’Euro nei confronti del Dollaro, della Sterlina o delle altre valute mondiali. Quindi, in sostanza, se avevamo uno stipendio di 1.000 euro, esso diventerà di 1.000 fiorini (o scudi o lire), un bicchiere di vino al ristorante invece di costare 4 euro costerà 4 fiorini e, se pagavamo 300 Euro di mutuo al mese, pagheremo 300 fiorini.

Se convertiamo 1 a 1 un euro con la nuova moneta non è che allora non cambierà niente?

Cambia moltissimo, invece, perché se dopo la conversione la nostra moneta troverà il proprio valore di mercato corretto nei confronti di altre monete, i nostri prodotti diventeranno più convenienti per un cliente estero, costerà di meno per gli stranieri fare vacanze da noi, e diventerà più appetibile realizzare prodotti in Italia invece di delocalizzare la produzione fuori dall’area Euro. Certo, costerà di più fare viaggi in Germania e i prodotti esteri realizzati in Paesi a moneta forte diventeranno più cari (anche se, di solito, dopo una svalutazione le imprese estere, pur di non perdere clienti, mantengono i prezzi invariati). Sarà, però, più facile trovare lavoro e l’economia ripartirà. Meglio un portafoglio pieno di monete di giusto valore che uno vuoto nella vana attesa di monete sopravvalutate.

Ci sarà l’inflazione? Dovremo far la spesa con la carriola di banconote che valgono come carta straccia?

Assolutamente no, l’inflazione non è la svalutazione: in nessuno dei recenti casi di svalutazione in Paesi evoluti è seguita l’iperinflazione. Lo Yen giapponese, per esempio, si è svalutato fortemente nel 2012 nei confronti dell’Euro e del Dollaro, ma non si è vista inflazione, così come non si è vista nel Regno Unito o in Svezia quando svalutarono moltissimo nel 2008 e, neppure nella stessa Italia, quando nel 1992 uscì dal Sistema Monetario Europeo con il valore della Lira che calò bruscamente. L’inflazione, addirittura, si ridusse leggermente. Lo stesso Euro si è svalutato fortemente nei confronti del Dollaro gli anni scorsi, eppure non vi è stata traccia di inflazione. Dopo il referendum sulla Brexit la Sterlina si è svalutata fortemente, i dati economici sono migliorati ulteriormente e, nonostante la propaganda continuasse a suggerire aumenti dei generi di prima necessità, la realtà è stata un’inflazione inferiore all’1%, quindi meno di quell’obiettivo del 2% presentato come “salutare” dalla stessa Unione Europea. In ogni caso, nessun Paese produttore/ trasformatore come quelli europei deve preoccuparsi di un’eccessiva svalutazione: se la nuova moneta dovesse calare troppo, i suoi prodotti diventerebbero così convenienti da invadere i mercati. Saranno gli stessi concorrenti a “sostenere” il prezzo della nuova moneta per evitare di rendere troppo competitiva l’industria dello Stato che sta svalutando. Ricordiamolo perché la differenza è sostanziale: c’è inflazione quando i prezzi salgono ma, a meno di casi particolari tipo gli shock petroliferi degli anni ’70 o le crisi dei Paesi in via di sviluppo, se i prezzi salgono vuol dire che la gente ha i soldi per comprare cose. Viceversa, se i prezzi rimangono stabili e gli stipendi scendono, come sta succedendo ora, per un cittadino è come se i prezzi salissero ma con l’aggiunta di una situazione di disoccupazione drammatica. La svalutazione misura semplicemente una discesa del cambio della nostra moneta contro altre valute. Le due cose (inflazione e svalutazione) non coincidono mai.

I miei risparmi si dimezzerebbero? Diventerò più povero per colpa della svalutazione?

Ovvio che no. Non si può fare un discorso generale, perché ognuno ha risparmi investiti in modo diverso, però basti pensare alle tipiche forme di risparmio di cui parliamo qui di seguito. a) La casa La casa è un bene reale, quindi non si “svaluta” cambiando moneta. Se noi domani adottassimo una qualsiasi moneta scelta a caso fra mille, la casa sarebbe sempre quella e il suo valore verrebbe semplicemente definito con una nuova unità di misura. È da escludersi quindi che la casa “perda un pezzo” o che venga qualcuno a tirare su un muro nel salotto per dimezzarla. C’è, anzi, da pensare che un’economia in ripresa possa far ripartire il mercato ed aumentare il valore dei nostri appartamenti. Può essere che inizialmente anche il prezzo delle case in zone non “internazionali” cali se rapportato ad un’altra valuta, ma ciò potrebbe (eventualmente) danneggiare solo, ad esempio, un cittadino italiano che volesse vendere la propria casa in Italia per acquistarne una in Germania. È invece ovviamente assurdo pensare che la casa “si dimezzi” in rapporto al mercato domestico. Frasi tipo: “il valore di una casa di 100mq si dimezzerà e con il ricavato della vendita si potrà a malapena comperare una casa di 50mq” sono una palese sciocchezza perché, se anche per caso scendesse il valore della nostra casa, scenderebbe anche il valore delle altre case e in termini relativi non cambierebbe nulla. Vendendo una casa di 100mq si potrà ancora comperare un’altra casa di 100mq. In ogni caso una ripresa dell’economia anche dopo una svalutazione porta sempre benefici al valore degli immobili b) Gli investimenti in titoli e fondi I titoli possono essere azionari e obbligazionari, domestici ed esteri, spesso acquistati per mezzo di fondi di investimento o di gestioni patrimoniali. Le azioni, come la casa, sono beni reali e quindi non si svalutano: se ho 10 azioni di una società, che rappresentano il 10% di quella società, ciò non cambia qualsiasi sia la moneta si scelga di usare. Dobbiamo pensare alle azioni come a delle quote di possesso: l’industria di cui si possiede una quota rimane uguale indipendentemente dal cambio di moneta in circolazione. Anzi, è probabile che le azioni di società industriali possano apprezzarsi perché una moneta corretta le renderebbe più competitive. Le obbligazioni e i titoli di Stato, invece , rappresentano un credito in denaro e quindi la moneta in cui sono denominati è importante. Le obbligazioni estere non verranno toccate e rimarranno come sono perché il debitore è straniero. Pertanto, se noi cambiamo moneta non necessariamente lo farà anche lui, per chi le detiene potrebbero addirittura rappresentare una rivalutazione verso la nuova moneta. Stesso discorso per i fondi di investimento internazionali che, inoltre, essendo di solito molto diversificati, avrebbero impatti minimi. Titoli di Stato e obbligazioni domestiche, invece, verranno convertiti nella nuova valuta ma non necessariamente perderanno potere d’acquisto, perché, come abbiamo ricordato prima, svalutazione non vuol dire inflazione e anche il prezzo, una volta rimossa l’incertezza di una banca centrale che non garantisce pienamente i titoli, potrebbe beneficiarne. Chi temesse in ogni caso l’arrivo dell’inflazione può liberamente tutelarsi con l’acquisto di titoli ad essa indicizzati. c) Oro e oggetti di valore Anche in questo caso si tratta di beni reali per i quali è del tutto indifferente quale sia la valuta nazionale. Una moneta d’oro ha lo stesso valore in tutto il mondo. La verità è che è proprio con l’Euro che i risparmi stanno andando in fumo perché i valori e i prezzi crollano a causa della depressione, perché aggrediti da continui aumenti di tasse imposte dall’Europa e, ora, sotto la nuova minaccia del bail-in bancario. Dopo aver impiegato centinaia di miliardi per salvare le proprie banche, la Germania (con l’assenso di europarlamentari e governi di molti Stati, complici o ignoranti) ha imposto che, d’ora in avanti, in caso di difficoltà per una banca debbano pagare i creditori: in apparenza sembrerebbe un argomento ragionevole, se non fosse che i “creditori” in questo caso sono i normali cittadini risparmiatori, che potrebbero vedersi espropriati dei propri beni investiti in normalissime obbligazioni bancarie o, addirittura, dei soldi depositati nei conti correnti. In sostanza si pareggiano le perdite della banca prelevando dai risparmi. Come si è visto dai primi esperimenti della nuova regola sul modello Banca Etruria (decisi in modo totalmente incurante dei disastri passati seguiti al fallimento di Lehman Brothers e Washington Mutual) un sistema di questo tipo getta nel panico i risparmiatori che non hanno modo di sapere se la loro banca sia sicura o meno e rischia di far partire una vera e propria fuga dai titoli finanziari e dai depositi. Il risultato è in ogni caso distruttivo per i risparmi che rischiano di essere espropriati dal bail-in o decimati dal crollo dei valori dei titoli causato dal panico. Un sistema ragionevole dovrebbe prevedere la totale garanzia per i risparmi non speculativi, prestata dalla banca centrale che ha il compito e i poteri di vigilanza, prevedendo al contempo pene severissime per i banchieri colpevoli di aver dolosamente dilapidato denaro. L’Euro ha espropriato gli Stati del controllo sulla moneta e quindi ha messo a rischio i risparmi di centinaia di milioni di cittadini.

Quando in Europa c’erano le monete nazionali, anche negli anni di forte inflazione, come ad esempio gli anni ‘80, il tasso di risparmio era fra i primi al mondo. I record della borsa si sono avuti nel 2001. Da quando c’è l’Euro la Borsa è ancora più un azzardo con volatilità estreme. I prezzi delle case, che in molti Stati periferici erano illusoriamente saliti nei primi anni della moneta unica, ormai scendono da anni. Persino i titoli di Stato sono diventati meno sicuri e chi ha provato a venderli nei giorni in cui lo spread era ai massimi ha avuto amare sorprese. Neppure il conto corrente bancario è più fonte di sicurezza perché si è passati da un sistema in cui la Banca Centrale garantiva i risparmi dei cittadini ad uno in cui i cittadini garantiscono con i propri risparmi la Banca Centrale.

Ne vale la pena? Magari avessi risparmi! Ho un mutuo e il conto in rosso. Le rate saliranno?

No,la stragrande maggioranza dei mutui sono a tasso fisso (e quindi non cambiano) o a tasso variabile legato al tasso Euribor, che è una media europea. In tutti e due i casi un cambio di moneta da parte di uno Stato non avrebbe effetto, anzi, dato che anche il mutuo verrà convertito in nuova moneta come tutti i contratti domestici, qualora dovesse verificarsi una moderata inflazione (cosa comunque per nulla scontata, come si diceva prima), per chi ha un mutuo sarebbe molto conveniente perché la quota residua da pagare varrebbe progressivamente sempre di meno.

E le materie prime? E la benzina?

Dicono che se svalutiamo costeranno una fortuna, è vero? No, innanzitutto noi non usiamo mai “materie prime” e anche la benzina non è petrolio greggio. Tutti i beni che consumiamo sono trasformati industrialmente e la maggior parte dei costi dei prodotti è data proprio da queste trasformazioni e trasporti mentre il valore della “materia prima” è di solito minimo. È paradossale che si faccia terrorismo su petrolio e materie prime ancora adesso quando i prezzi di questi beni sono ai minimi di sempre. I prezzi delle materie prime oscillano normalmente tantissimo, di solito con percentuali molto superiori a quella che sarebbe una svalutazione pur forte, eppure non ce ne accorgiamo assolutamente. Pensiamo al petrolio: la quotazione al barile è passata in breve tempo da oltre cento dollari a meno di 30. Una svalutazione del 10% oggi porterebbe ad un’oscillazione del prezzo di acquisto di tre dollari a fronte di un movimento “naturale” di più di 70. Delle conseguenze dei prezzi se ne accorgono eccome, invece, proprio i Paesi che hanno basato la loro economia solo sulle materie prime: in caso di discesa dei prezzi sui mercati internazionali possono aversi crisi fortissime e non facilmente sanabili nemmeno con forti svalutazioni. La differenza fra uno Stato che realizza “prodotti” rispetto a uno che si basa sulle materie prime è che mentre per il primo, in caso di difficoltà, la moneta ha, come detto prima, una funzione equilibratrice, per il secondo non c’è modo di contrastare un eventuale crollo del prezzo delle materie prime da cui dipende dato che, essendo le risorse minerali prezzate in dollari, esse non risentono della svalutazione. La discesa del prezzo del petrolio nel 2015 ha dimostrato proprio questo: mentre il prezzo dei prodotti finiti per noi non si è certo dimezzato, i Paesi esportatori di petrolio come Russia, Venezuela e, persino Arabia Saudita, hanno dovuto fare i conti con un crollo dei loro introiti. La verità è che gli stati Europei sono Paesi trasformatori: importano materie prime e/o energia ed esportano prodotti finiti. È il caso perfetto in cui il cambio flessibile ha massimo impatto. Immaginiamo che nella realizzazione di un prodotto in un Paese europeo il peso di energia e materie prime sia addirittura del 50% (difficilmente accade). Supponiamo che la moneta di quello Stato svaluti del 20%. Ebbene, se fatto 100 euro il costo di un prodotto, le materie prime e l’energia costassero il 20% in più, invece di 50 costerebbero 60 e quindi il prodotto complessivamente ora costerebbe 110. Per i mercati esteri tuttavia questo prodotto costerebbe il 20% in meno perché 110 è il costo nella moneta locale che si è svalutata del 20%, quindi il prodotto sui mercati esteri costerebbe 88 euro, diventando molto più competitivo, persino nel caso abbastanza estremo di un costo delle materie prime pari alla metà del totale.

Non è che l’Euro non c’entra nulla e la colpa è di corruzione, casta e evasione?

Lecose che non vanno in Europa sono sicuramente tante, ma non tutte, per odiose che possano essere, sono cause della crisi. Evasione, casta politica inefficiente e corruzione ci sono sempre state anche quando le cose andavano bene e affliggono Paesi che pure sono in forte crescita economica: assurdo pensare che, per esempio, in Cina, Corea o India siano tutti dei santi. In particolar modo è ingenuo sperare in scorciatoie, come fanno quelli che lasciano intendere che senza la corruzione ci sarebbero decine di miliardi di PIL in più o, senza l’evasione, ce ne sarebbero centinaia: semplicemente saremmo in un mondo più giusto, ma non ci sarebbe un centesimo in più di gettito. Il perché è semplice: molti Stati europei, in particolare Francia e Italia, già incassano con le tasse più di qualsiasi altro Stato al mondo in rapporto a quanto producono (forse solo qualche piccolo Stato assistenziale nordico tassa di più i propri cittadini, a fronte di servizi ottimi, ma nessuno dei grandi Stati) e sono al limite teorico dell’imposizione. Non a caso i recenti aumenti di IVA in Italia hanno portato un calo del gettito. Se con una bacchetta magica l’evasione scomparisse, con le attuali aliquote moltissime attività chiuderebbero, annullando l’effetto della “magìa”. L’unica cosa che si potrebbe fare è cercare di far pagare a tutti le tasse abbassando in parallelo le aliquote: si avrebbe così una distribuzione più equa ma non ci sarebbe gettito aggiuntivo. Corruzione e altre nefandezze sono reati e, come tali, vanno perseguiti ma allo stesso modo in cui vanno perseguiti i furti e gli omicidi: di certo non sono le cause della crisi.

Non può essere che la colpa sia della spesa pubblica improduttiva?

Che gli Stati spesso spendano male le loro risorse è cosa nota, tuttavia se una spesa è interna difficilmente diventa “improduttiva”: se anche si pagasse uno per non fare nulla, costui alla fine con i soldi dello stipendio comprerebbe cibo, vestiti e altri beni da produttivi lavoratori privati. Chi ha un negozio o una fabbrica non sa da dove vengono i soldi dei clienti che gli comprano la merce, per loro la differenza è avere clienti o no. Sarebbe molto meglio evitare questo passaggio e lasciare direttamente nelle tasche di chi lavora i soldi o, quanto meno, spendere in modo assennato, tuttavia il semplice taglio della spesa non compensato non aiuterà nessuno a vendere più prodotti e quindi a rimettere in moto l’economia. La Francia, ad esempio, spende più della media ma, se si è in recessione, tagliare la spesa e alzare le tasse è un sistema certo per far andare peggio le cose. Pensare che le cose possano andare diversamente è assurdo: sarebbe come pensare che una famiglia spenda di più se si riduce lo stipendio del capofamiglia. La spesa pubblica va tagliata e le tasse vanno alzate quando si sta crescendo. L’America è uscita dalla crisi facendo così: ha tagliato le tasse, ha aumentato la spesa pubblica e ha fatto “stampare” denaro alla sua Banca Centrale. Solo in un secondo momento, una volta “rimesso in moto il motore”, ha potuto procedere tagliando di nuovo la spesa. Stando nell’Euro e con le regole europee non possiamo fare nessuna di queste cose e, per di più, ci ritroviamo fuori mercato a causa della moneta sopravvalutata. Per noi, e soprattutto per l’industria dei principali distretti produttivi, è come pensare di vincere una gara di corsa con le gambe legate.

La Germania va meglio perché è più efficiente, mentre il resto d’Europa è corrotto e pigro. È così?

Nessuno è titolato a dare lezioni di efficienza. L’impresa italiana (in particolare del Nord, ma non solo) e le produzioni di eccellenza francesi sono sempre state un modello per il mondo e, finché c’era la possibilità di competere ad armi pari, i lavoratori hanno sempre fatto ogni tipo di orario e di turno battendo sistematicamente la concorrenza. In compenso la società riconosciuta colpevole del più grande caso di corruzione internazionale della storia è tedesca. La verità è semplicemente che la Germania ha una moneta sottovalutata e, quindi, i suoi prodotti costano meno di quanto costerebbero in Marchi, mentre noi abbiamo una moneta sopravvalutata e, quindi, i nostri prodotti costano di più di quanto che costerebbero se avessimo la nostra moneta. Se un’impresa ha un vantaggio vende di più e può permettersi di fare ricerca e innovazione, realizzando prodotti più belli e solidi che vendono ancora di più. Se un’impresa è in svantaggio competitivo, invece, deve tagliare i costi e risparmiare sui materiali, così che i suoi prodotti diventano di minore qualità e vendono ancora di meno. Non dimentichiamo poi che le regole che l’Europa fissa per fare impresa sono estremamente complesse e fatte su misura per imprese di grandi dimensioni: per l’impresa medio-piccola italiana, ad esempio, gli obblighi sono intollerabili e costosissimi da gestire. Anche Stati con economie molto simili alla Germania, e che quindi non sarebbero interessati da svalutazione ritornando alla propria moneta nazionale, sono a rischio perché gli shock possibili sono molteplici e, senza possibilità di aggiustamento. Chiunque è a rischio, basta vedere cosa accade alla Finlandia, in recessione cronica con l’Euro, mentre la Svezia, andata in crisi nel 2008, ha potuto rimettersi subito in piedi grazie al cambio flessibile della Corona svedese. Gli aiuti di Stato poi sono sempre stati proibiti per noi e consentiti alla Germania: Berlino ha salvato le sue banche con 300 miliardi di euro, mentre agli altri viene imposta l’esecuzione dei risparmiatori. I tedeschi fanno i propri interessi e il loro punto di vista è comprensibile: siamo noi che dobbiamo cominciare a fare i nostri!

Parte del Libro Oltre l’Euro

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