L’enigma dei 400 combattenti Isis catturati che nessuno vuole: né per processarli né per tenerli prigionieri

Sono 400 e nessuno di preciso sa cosa farne: si tratta di un gruppo di  ex combattenti ISIS, ora prigionieri dell’esercito curdo, che controlla il nord della Siria, in particolare la zona di Afrin (quella, per intenderci, al centro dei recenti attacchi turchi). 
Lì a vario titolo sono stati catturati circa 400 ex miliziani delle bandiere nere che, ora, nessuno vuole o può gestire  gestire. Nessuno ha infatti l’autorità, la giurisdizione e i mezziper mantenerli in stato di prigionieri, né per processarli.

Anche la strada dell’estradizione sembra difficile da intraprendere, perché i Paesi di origine dei numerosi foreign fighters presenti tra i catturati (tra cui due degli ultimi Beatles, la famigerata banda di terroristi inglesi che riprendevano e pubblicavano on line le sadiche torture ai loro prigionieri) sembrano non avere nessuna intenzione di riprenderseli. Anzi.

Nel caso dei Beatles, catturati pochi giorni fa,  da Londra hanno fatto sapere di aver tolto loro la cittadinanza inglese, rendendoli così apolidi e dunque senza più una patria in cui essere processati.

Una riluttanza, quella dei Paesi di origine, ad accogliere nelle proprie galere gli ex combattenti dell’Isis che potrebbe avere a che fare con la estrema difficoltà di imbastire loro un processo, vista la distanza e la volatilità dei loro crimini di guerra, per i quali sarebbe difficile trovare prove e testimonianze.

L’unico effetto, si teme, potrebbe essere di offrire loro una ulteriore cassa di risonanza e celebrità che potrebbe rivelarsi un’improvvida forma di nuovo reclutamento. Businnesinsider. 
Così, prigionieri di nessuno stato e di nessun governo, i circa 400 combattenti Isis aspettano di conoscere la loro sorte, che potrebbe rivelarsi una detenzione a tempo indeterminato (nel senso proprio che nessuno può conoscerne la durata) o un’improvvisa e paradossale liberazione, per semplice mancanza di alternativa oppure, e ad oggi sembra la strada più percorribile, la loro consegna all’Iraq, stato in cui il Califfato ha commesso crimini e orrori e che, almeno ora, ha la struttura e la solidità per gestire il loro processo e la loro, eventuale, detenzione.