La lezione giapponese sui migranti: accogliere solo chi ha bisogno

Un nuovo giro di vite da parte del governo del Giappone verso i richiedenti asilo. Il governo di Shinzo Abe ha deciso di promuovere un’ulteriore restrizione nei confronti delle richieste di lavoro da parte dei stranieri che fanno domanda d’asilo nel Paese. Restrizione che s’innesta su una legislazione già molto dura e che, in particolare sui rifugiati, è estremamente difficile da superare, se si pensa che fra gennaio e settembre del 2017, le domande accolte sono state soltanto 10. Numeri bassissimi che, tuttavia, non hanno minimamente scalfito la rigidità del sistema nipponico che anzi, adesso, preoccupato dall’aumento di domande, ha decretato un ulteriore rafforzamento dei controlli.

Come riporta l’agenzia britannica Reuters, da lunedì, il diritto al lavoro sarà limitato soltanto ai richiedenti asilo ritenuti dal Giappone come “rifugiati in buona fede”, mentre quelli che già hanno fatto domanda una volta e non hanno superato i controlli iniziali, saranno trattenuti nei centri di detenzione dopo la scadenza del loro permesso di soggiorno in Giappone. “Vogliamo concentrarci sul rispondere in modo adeguato ai rifugiati che necessitano protezione”, ha detto il ministro della Giustizia Yoko Kamikawa in una conferenza stampa venerdì, aggiungendo che i cambiamenti non si tradurranno nel fatto che il governo sarà riluttante ad accettare i rifugiati.

L’attuale sistema in vigore nel Paese del Sol Levante prevede che i richiedenti asilo con visti validi ricevano permessi rinnovabili per lavorare in Giappone mentre gli uffici tecnici esaminano le loro richieste di accoglienza. Un sistema che, secondo il governo, ha spronato le persone a chiedere asilo come mezzo per trovare lavoro senza averne i requisiti e che sta generando quello che il ministro ha definito un mercato del lavoro “grigio” in cui le imprese cercano di assumere richiedenti asilo per far fronte alla scarsità di domanda di lavoro. Ma a differenza di quanto ci si aspetterebbe, abituati come siamo alle politiche europee, a Tokyo l’idea non è quella di sopperire alla mancanza di domanda di lavoro interno attraverso l’arrivo in massa di rifugiati. “Il numero di richiedenti asilo in Giappone è cresciuto costantemente negli ultimi anni fino a raggiungere un record, con oltre 14.000 richiedenti tra gennaio e settembre dello scorso anno, un aumento di quasi l’80 per cento rispetto all’anno precedente” questo è quanto scrive Reuters, citando dati del ministero dell’Interno giapponese. In base al nuovo sistema, il 60 per cento di quei richiedenti asilo già non sarebbe in condizione di ottenere il diritto di permanere in Giappone, ma i cambiamenti riguarderanno, in ogni caso, soltanto le domande d’asilo che giungeranno dopo lunedì 15 gennaio. Ma per comprendere la politica giapponese sui rifugiati, basta un dato: nel 2016 i centri di detenzione per rifugiati hanno visto arrivare 417.383 persone. La cifra include però anche quelli detenuti più di una volta durante l’anno.

In Giappone il tema dell’immigrazione è particolarmente sentito dai politici e dall’opinione pubblica, restii a modificare la società nipponica, così culturalmente ed etnicamente uniforme. Spesso, soprattutto da parte delle Nazioni Unite, si è cercato di far leva sull’immigrazione per sopperire al calo di popolazione e, conseguenzialmente, di manodopera. Ma il primo ministro Abe ha sempre sostenuto che i lavoratori immigrati sarebbero soltanto l’extrema ratio, e che prima di ogni apertura su questo tema, il sistema giapponese doveva essere cambiato per far entrare donne e anziani nel mondo del lavoro. Adesso che il Giappone è di nuovo in crescita e che arrivano le Olimpiadi del 2020, la domanda di manodopera sale e sono in molti a ritenere che i richiedenti asilo possano essere un facile strumento per ottenere forza lavoro. Il governo, però, ha fatto immediatamente fronte comune contro questa idea. Un governo che, sul fronte del lavoro, ha fatto registrare in questi anni numeri record. La disoccupazione è scesa al 2.7%, un numero bassissimo raggiunto già 24 anni fa. Nel frattempo l’inflazione è tornata a salire, questione prioritaria per la potenza economica giapponese che da sempre vive un problema endemico di deflazione. L’economia, intanto, cresce da ben sette trimestri consecutivi. Numeri che aiutano Abe a continuare nelle sue politiche e che trovano il consenso del Giappone. ilgiornale L’immigrazione, per Tokyo, non risolverà i problemi della manodopera. E se c’è qualcuno che sfrutta i rifugiati per fomentare il mercato del lavoro, va punito severamente, senza fare politiche di porte aperte.